lunedì 17 febbraio 2014

11^ puntata. Galeotta fu una sera d'estate (di Valentina Buono)

Ore 20,30. Di Luca nemmeno l'ombra. Adriana era andata via da mezz'ora. Stella aveva notato che, uscendo, la bella biondona le aveva lanciato un'occhiata di scherno, salutandola con uno scialbo "Ariverderci, Sig. na Stella!".

Stella si sentiva stupida, ma in fondo non le importava, almeno non più:  ora voleva solo parlare con Luca. Solo parlare. Guardarlo negli occhi, in quegli occhi verdi che l'avevano catturata dalla prima volta che si erano incontrati. Era stato in una sera d'estate e c'era una brezza fresca, che le scompigliava le ordinate ciocche appuntate sulla sommità della testa con un fermaglio di osso. Quella sera Stella indossava una gonna lunga e ampia, modello "gitana". Se lo ricordava bene. Portava anche una maglia di pizzo beige, traforatissima, su cui - sotto il seno - passava un nastro marrone, di raso, che terminava in un fiocco e ricadeva morbido all'altezza dell'ombelico.
Luca se ne stava con un gruppo di ragazzi e ragazze, a sorseggiare un cocktail, in un bicchiere verde, trasparente, e portava una camicia bianca di lino, un po'sgualcita e aperta sul petto: era bello, sfrontatamente bello e aveva gli occhi lucenti. O forse a Stella erano sembrati tali. Lui, voltandosi distrattamente, l'aveva vista e i loro sguardi si erano scontrati. Stella era rimasta folgorata da quei due occhi verdi e da quel sorriso bianchissimo. Più candido della camicia. Era fine giugno, ma quel ragazzo era già abbronzato. Stella continuò a guardarlo, ma poi distolse lo sguardo, in preda ad una sorta di pudore adolescenziale. Si sentiva stupida, inadeguata e per di più si accorse di avere le guance in fiamme. Si allontanò un attimo e chiese alla cameriera del Kopacabana di indicarle la toilette.
Si guardò allo specchio: aveva gli occhi lucidi, le guance rosse e i capelli scompigliati. Stette qualche minuto a fissarsi. Fece scorrere l'acqua sui polpastrelli, sui polsi, si asciugò, si ravviò i capelli e si passò un velo di lucido. Era color ciliegia: le faceva risaltare le labbra.
Uscì dalla toilette. Cercò Marzia, che era rimasta fuori dal locale, con Filippo e Marcella. A Marzia Filippo piaceva molto, ma non era ricambiata. Ora Stella doveva parlarle, doveva dirle di quanto quei due occhi verdi l'avessero sconvolta.

lunedì 3 febbraio 2014

10^ puntata. Caparbiamente seduta (di Valentina Buono)

Restò seduta su una di quelle sedie rivestite di tessuto, che spesso si trovano nelle anticamere dei medici, dei dentisti, degli avvocati e di tutti quei professionisti che prima di ricevere un cliente lo fanno aspettare per ore. Non aveva intenzione di andarsene presto, Stella. Sfilò dalla borsetta il cellulare ed iniziò a picchiettare sullo schermo a sfioramento in modo non propriamente delicato. Stava scrivendo a Luca: - Sono qui fuori, seduta. Non mi avevi detto che Adriana era una sventola bionda... e svenevole... -
Inviò queste due righe. Si sentiva pervasa da una strana corrente. Voleva restare là, se necessario anche fino a tarda sera. Lo avrebbe aspettato fino a qualsiasi ora. Non poteva più rinviare. In fondo sapeva che forse quello sarebbe stato l'ultimo incontro con Luca, ma preferiva non prolungare l'agonia. Era venerdì sera. Da lunedì Luca non si era fatto mai sentire e non aveva mai risposto ai suoi messaggi. Stella aveva pensato di passare da casa sua, ma le seccava dover essere filtrata da Massimo o da Mario, con i quali Luca divideva la casa. Da buon genovese, benché guadagnasse bene presso quello studio associato di geometri e portasse avanti anche dei lavori in autonomia, non si era voluto permettere un monolocale: diceva che sarebbe costato troppo e che a lui andava bene condividere un appartamento. Stella questa cosa non l'aveva mai capita e nemmeno accettata, ma aveva preferito non farglielo pesare. Sperava che un giorno le si presentasse con una proposta di convivenza. D'altronde, si frequentavano da due anni. Si frequentavano significava che andavano a letto insieme saltuariamente da due anni e che altrettanto saltuariamente da due anni andavano insieme a mangiare una pizza o al cinema. Luca non aveva mai voluto di più e lei mai l'aveva preteso. Di che cosa poteva rimproverarlo? E lei? Lei aveva le sue colpe. Non si era mai ribellata. Non si era mai imposta. 
E ora? Ora gli avrebbe detto tutto, in un solo colpo, tutto d'un fiato, fosse pure cascato il mondo.

giovedì 30 gennaio 2014

9^ puntata. Su e giù per la stanza (di Valentina Buono)

Stella doveva dirglielo. Sembrava una tigre in gabbia. Passeggiava per la stanza con passi veloci, lunghi e con le mani appoggiate sui fianchi. Il pensiero di dovergli parlare era ormai un'ossessione e la notte precedente non era riuscita a chiudere occhio. Era rimasta a girarsi e rigirarsi nel letto, finché aveva acceso la lampada ampollare appoggiata sul suo comodino e si era messa a fissare il soffitto; poi era andata a bere, a fare la pipì e si era rimessa a letto; aveva cercato di distrarsi con pensieri frivoli (come il suo guardaroba, che di solito funzionava meglio delle pecore), ma niente: Morfeo aveva deciso di scioperare per quella notte. 
Prese le chiavi della Panda e scese le scale a due a due. Corse per la strada e passò sempre con il giallo. Arrivò nelle vicinanze dell'ufficio di Luca: alle 19, 30 sarebbe dovuto uscirne. Stella pensò che non voleva più aspettare.
Frenò e parcheggiò lungo il marciapiede di fronte all'ingresso dell' ufficio. La segretaria la annunciò. Luca non le aveva detto che Adriana fosse così carina, così sofisticata e così... bionda! Che poi, si era capito se gli uomini preferiscono le bionde? Stella sperava di no, poiché non sarebbe stata disposta a barattare il suo castano caldo e morbido con una capigliatura platinatata.

Luca le fece dire che era impegnato. Null'altro.

venerdì 20 dicembre 2013

Cantami, o Diva, del Pelide Achille l'ira funesta...

Il testo originale dell’Iliade è scritto in lingua greca antica.
Quella qui di seguito da me riprodotta è la traduzione nell’italiano dell’Ottocento fatta dal poeta Vincenzo Monti: le parole utilizzate risultano un po’difficili, poiché la lingua italiana dell’Ottocento non era certo snella e semplice come quella che noi siamo abituati a parlare tutti i giorni.

Traduzione poetica di Vincenzo Monti

Cantami, o Diva, del Pelìde Achille
l'ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei, molte anzi tempo all'Orco
generose travolse alme d'eroi,

e di cani e d'augelli orrido pasto

lor salme abbandonò (così di Giove
l'alto consiglio s'adempìa),
da quando
primamente disgiunse aspra contesa
il re de' prodi Atrìde e il divo Achille.


PARAFRASI nella lingua italiana attuale

Cantami, o Musa Calliope,
della tremenda ira di Achille,
che causò moltissime perdite di vite umane (= lutti) ai Greci (= Achei),
e mandò negli Inferi (= Orco) prematuramente (=primamente) le generose anime (=alme) degli eroi
e abbandonò i loro cadaveri come pasto disgustoso/orrido di cani ed uccelli (=augelli): così si concretizzava (=s’adempia) il disegno del sommo Giove,

da quando un’aspra lite mise l’uno contro l’altro il generale dei Greci  (= il re dei prodi) Agamennone (= Atrìde, perché figlio di Atréo) e il divino Achille.

venerdì 13 dicembre 2013

8^ puntata. Gym Time (di Valentina Buono)

Negli spogliatoi della palestra c’era un odore di scarpe ed umidità,  ma, di tanto in tanto, arrivavano folate di profumo, quando qualche signora si spalmava una crema miracolosa e tuttofare oppure usciva dalla doccia con addosso ancora la fragranza del bagnoschiuma.
Una moltitudine di décolleté con il tacco, stivali, parigine e ballerine- prevalentemente nei colori nero e marrone- giaceva ai piedi delle panche abbandonata: le scarpe “cittadine”erano state temporaneamente spodestate da scarpe ginniche dei più svariati tipi.  Alcune di esse non sembravano sentir troppo la mancanza delle loro proprietarie: d’altronde queste le trascuravano, lasciandole senza un velo di lucido o un colpo di spugna. - Che vita dura! Anche per le scarpe! – pensò Stella e mentre queste parole le attraversavano la mente velocemente, si sfilava i vestiti per indossare la tuta: la felpa con la mezza zip era bianca e nera, mentre il pantalone era nero e le fasciava fianchi e cosce. A Stella non era mai piaciuto indossare un abbigliamento ginnico eccessivamente attillato, poiché la infastidivano gli sguardi indiscreti di alcuni uomini, e non portava mai i capelli raccolti a coda: li fermava sulle tempie per evitare che le ciocche anteriori le ricadessero sugli occhi durante l’allenamento.
Dopo aver fatto il doppio nodo alle sue Nike, uscì dallo spogliatoio e varcò la soglia della sala attrezzi. Iniziò l’allenamento con trenta minuti di camminata veloce sul tapis roulant: il suo attrezzo preferito. Poi passò all’allenamento delle cosce e a quello dei polpacci; infine dorso e bicipiti, con i pesi da 2 Kg. A Stella piaceva molto – era una forma di narcisistico compiacimento – avere delle braccia magre e sode. Le curava molto. Inoltre, spesso, si trovava costretta a sollevare e a portare pesi e, per non forzare la schiena, le conveniva allenare braccia e addome.

Alla fine dell’allenamento, quel giorno, Stella si sentiva particolarmente stanca. Sarebbe tornata a casa, avrebbe fatto una doccia e sarebbe cascata sul letto, senza neppure cenare. Quella sera aveva voglia di abbracciare il cuscino e sprofondare sotto il piumone celeste, morbido, avvolgente. Non vedeva l’ora…

martedì 3 dicembre 2013

7^ puntata. Bacheche e sneakers (di Valentina Buono)

Occhi furbi e profondi, folti capelli castani lunghi nella parte superiore e sfumati corti verso la nuca, il tutto confezionato in un paio di vecchi jeans,  un bomber marrone ed un paio di sneakers di camoscio, che un tempo eran dovute essere marroni anch'esse, ma che ora avevano assunto un colore indefinito, oltre ad esser consumate in punta. Se ne stava di fronte alla bacheca del dipartimento, con in mano un'agenda, aperta; girava le pagine e, consultando gli avvisi affissi in bacheca, prendeva appunti. 
Stella, come ogni mattina, stava arrivando di corsa, per iniziare le sue ricerche filologico-linguistiche. Più si avvicinava al dipartimento e più frequenti divenivano gli incontri con colleghi, conoscenti e docenti: era tutto un salutare. Raggiunse velocemente l'anticamera del dipartimento, laddove sono collocate le bacheche delle varie discipline. Vide questo ragazzo. Per essere uno studente, le sembrò un po' avanti negli anni e, tra le altre cose, Stella non lo aveva mai visto da quelle parti. Mah! Forse era un fuoricorso, uno di quelli che spuntano una volta all'anno, in occasione di qualche appello d'esame. Stella si chiese quali esami ci fossero quel giorno. Non ne sapeva nulla. Forse si trattava di qualche appello straordinario di Epigrafia: la prof.ssa Doriani era solita fissare per gli esami date ulteriori rispetto a quelle normalmente previste. La sua era un po' pietà, un po' opportunismo: eh sì, perché fa comodo essere considerati docenti clementi e comprensivi e, una volta sparsasi la voce, il proprio corso diviene richiestissimo ed affollatissimo. Più studenti significano automaticamente maggior potere. Stella queste cose le aveva capite da sola, senza che nessuno gliele avesse spiegate. Tra l'altro, nel caso non le fossero state note, non avrebbe trovato nessuno disposto a spiegargliele. Di questo ne era certa. In università vigevano le regole del silenzio omertoso e dell'homo homini lupus. Stella lo sapeva e si adeguava all'ambiente. Faceva le sue ricerche, studiava, consultava saggi monografici, enciclopedie, dizionari etimologici, raccolte epigrafiche e papirologhe, manoscritti antichi e preziose edizioni a stampa. In alcuni giorni le ore trascorse in dipartimento volavano e Stella, presa dalle sue indagini letterarie, sobbalzava letteralmente al trillo della sirena che precedeva di dieci minuti la chiusura della biblioteca. Altre volte, invece, non le andava di restare fino alle 19, 30 rinchiusa tra le quattro mura della biblioteca e preferiva uscire verso le 17, 30: faceva un salto nelle vie del centro e poi correva per un'oretta risicata in palestra, ma solo due volte ala settimana e neanche tutte le settimane. Stella non era propriamente una sportiva. Diciamo che si obbligava a frequentare saltuariamente la palestra, poiché l'idea che i suoi muscoletti potessero prosciugarsi e la cellulite prendere il sopravvento non le piaceva. D'altronde all'epoca Stella aveva solo 25 anni. Troppo giovane per lasciare le sue ciccette (grasse o magre che fossero) in balìa della forza di gravità, non credete?

domenica 1 dicembre 2013

6^puntata. Centocinquanta: cifra tonda (di Valentina Buono)



A grandi passi Stella uscì dallo studio della Pincherlo. Si sentiva su una nuvola. Non sapeva come fosse stare su una nuvola in realtà, ma immaginava che la sensazione dovesse essere simile a quella che stava provando allora. Le gambe andavano per inerzia, sentiva le sue labbra piegate in un sorriso, ampio e inaspettato. Il cuore andava a mille. Raggiunse la sua Pandina e si immise nel traffico dell'ora di punta del rientro pomeridiano. Non le andava, però, di tornare a casa. Voleva andare al Centroshopping. Sì, per festeggiare, da sola, quel pomeriggio di vita. Quella vita che prometteva di non abbandonarla, almeno per ora, poi, chissà! siamo sotto il cielo. Al Centroshopping c'era il suo negozio di abbigliamento preferito. Avrebbe provato tutto quello che le piaceva e si sarebbe data a spese pazze. Sì, sì. Wow!!!


- Mamma che bello quel maglione di lana grossa mélange color senape: sarà mio! Non è che mi ingrossa? Mmmm. Naaaa, ma che ingrossa, chi se ne frega, dai! Lo provo - Stella lo infilò rapidamente, con foga, e si guardò allo specchio. Era bella. Sì, doveva ammetterlo: il maglione le stava bene, ma ancor di più le donavano il sorriso e quella luce negli occhi. Era decisamente bella. Merito del maglione e della celiachia!
- Questa gonna scozzese rossa è fantastica! Ha le pieghe però... mi ingrossa, cavolo, mi ingrossa! Vabbé, vorrà dire che mangerò meno cioccolato. La voglio, la voglio, la voglio, cavolo!!!- nel camerino la infilò, senza nemmeno togliersi le scarpe e il jeans, che rimase sotto il ginocchio a penzolare - Bella, bella, bellissimaaaa! La voglio! Settanta euro. Il maglione invece, quanto sta? Vediamo. Cinquanta euro. Bene. Sono già centoventi. Stella, vacci piano - ma vide una sciarpa rossa, di lana mohair, morbidosa e lucente - E dai, però, questa non posso non prenderla! Mi sta troppo bene questo colore e, poi, è così soffice...vediamo: venti euro. Facciamo cifra tonda: centocinquanta e a casa di corsa!- Ecco l'angolo dei cappellini. D'inverno Stella non vi rinunciava per nulla al mondo: aveva 5-6 cappellini, di colori diversi e ogni anno ne comprava uno diverso. Lo vide rosso, di una tonalità molto simile alla sciarpa superfantastica, con un bon-bon nero alla sommità. 
-Bellino, bellino è quel cappello!- lo indossò e si specchiò: le faceva risaltare le labbra. - Bene. Quota centocinquanta raggiunta!- 
Stella si avvicinò alla cassa. Prima di lei c'era una ragazzina sui quattordici anni. Capelli liscissimi con shatush biondo alle punte. Masticava una gomma, distrattamente. Il jeggins (si dice così, no?) le fasciava le gambine da fenicottero e le maniche di un maglione slabbrato fuoriuscivano da quelle del piumino parka verde militare. La ragazza pagò e sulla mano destra aveva il tatuaggio di un Cupido.
Stella si ricordò delle lezioni universitarie su Cupido e gli Amorini. Che teneri, dolci bambini alati. Peccato che l'avessero fatta innamorare sempre di quello sbagliato.    

venerdì 29 novembre 2013

5^ puntata. Un nuovo inizio (di Valentina Buono)


- Salve sig.na De Carolis. L'ho fatta venire perché volevo parlarle di persona del risultato delle sue analisi. Innanzi tutto ho escluso qualsiasi forma maligna a livello dell'apparato digerente e, fortunatamente, nel suo caso non si tratta nemmeno del morbo di Chron. Questa è un'ottima cosa. 
-Davvero, dott.ssa? Dice davvero? Lei non sa quanto sia felice di questa notizia! Dottoressa, lei davvero non può immaginarlo- gli occhi di Stella si riempirono di lacrime e le si annebbiò la vista, ma il suo viso era radioso come non lo era mai stato prima. 
- Sì, ma non è tutto. Una patologia è emersa ed è la celiachia. Nulla di irreparabile o letale. Lei, Stella, dovrà seguire una dieta ben precisa e senza trasgressioni. La dieta prevede l'esclusione del glutine, quindi, di tutti quegli alimenti che lo contengono. Se non rispetterà le mie indicazioni, andrà incontro alla possibilità concreta di contrarre un cancro intestinale oppure di diventare sterile. 
- Dottoressa, guardi, le assicuro che non ho alcuna intenzione di morire: ho ancora così tante cose da fare... e  mi piacerebbe avere almeno due figli... e poi, dottoressa, in quest'ultimo mese ho vissuto in una angoscia tale, che da oggi mi sento rinata: mi sembra che la vita voglia offrirmi una seconda possibilità... 
- Bene sig.na, sono felice per lei e le auguro di realizzare tutto ciò che desidera. Parliamo, però, della dieta. Lei deve escludere il pane, la pasta, tutti i prodotti da forno, i farinacei, i cereali. Tanto per cominciare. Potrà mangiare solo la pasta ed il pane specifici per i celiaci. Sarà dura. Ma lei deve esserlo di più. Le ho spiegato quali sarebbero a lungo termine le conseguenze di eventuali trasgressioni, per non parlare delle coliche e dei dolori lancinanti all'addome, che ha già avuto modo di sperimentare. Sarà, però, una dieta che apporterà al suo organismo tutti i nutrienti necessari. Lei deve riprendere peso: la celiachia non ha permesso al suo intestino di assorbire le sostanze nutritive come avrebbe dovuto. 
- Sì, dottoressa, è vero. Da giugno sono dimagrita di 7 Kg. I vestiti mi stanno larghissimi: non sembrano i miei. 
- Stia tranquilla: la rimetterò in sesto. Ci vuole solo pazienza. E tanta, tanta perseveranza. Ma lei mi sembra una che sa il fatto suo. 
La dottoressa Pincherlo era una donna concreta. Si capiva subito. Portava i capelli corti, dietro le orecchie. Era un taglio svelto, veloce da asciugare. La dottoressa non si truccava. L'unico vezzo che si concedeva era un velo di mascara sulle ciglia. Aveva gli occhi castani, grandi. Il viso acqua e sapone era segnato sulla fronte e agli angoli della bocca. Non sembrava una, la Pincherlo, che la sera passava mezz'ora in bagno a farsi la maschera e a spalmarsi la crema antirughe. No. Non sembrava proprio quel genere di donna. Sotto il camice bianco e ben stirato, si intravedeva un pullover con scollo a V, marrone, da cui spuntava il colletto compito di una polo bianca; portava un paio di jeans slavati e dei polacchini Clarks marroni. Una donna concreta. Stella si fidava di lei. La concretezza delle sue parole le piaceva e le piaceva la sincerità del suo sguardo. Stella si fidava della Pincherlo e del suo pullover marrone. Le ricordava quello di sua madre.

giovedì 28 novembre 2013

4^ puntata. Sia lodato WhatsApp (di Valentina Buono)

Ore 15,10. Il danno era minimo: solo dieci minuti di ritardo. Stella aveva fatto le scale a due a due ed era entrata nella sala di attesa dello studio medico con il fiatone. Se non avesse dovuto fare tre volte il giro dell'isolato prima di trovare uno straccio di parcheggio, forse sarebbe arrivata in orario. Non era colpa sua, si ripeteva. La sfortuna, sempre lei, ci metteva lo zampino e le faceva fare tardi. Sì,  era così. Lei, in fondo, si era avviata per tempo, no? 
Una signora sui cinquanta, sentendola entrare, aveva sollevato gli occhietti grigi da una rivista e li aveva riabbassati subito, senza che Stella riuscisse ad accennare un saluto.
- Buonasera. Sta aspettando la dott.ssa Pincherlo oppure il dott. Pizzoli?- disse Stella, facendo la faccia tosta.
- La dott.ssa Pincherlo, ma è in ritardo - rispose la donna dagli occhietti grigi e sfuggenti. Stella realizzò, dunque, che il suo ritardo non aveva causato conseguenze irreparabili e la sua immagine di donna educata era salva. Si sedette. Tirò fuori dalla maxi-bag il cellulare, un Samsung S3, uno di quegli apparecchi che può fare pure il caffè, se sei capace di usarlo. Toccò lo schermo in corrispondenza dell'icona di WhatsApp e iniziò a chattare con Gianna. Questa applicazione di messaggeria era una bomba, una cosa troppo figa! Eh, sì, perché in tempo reale Stella riusciva ad inviare messaggi a tutti i suoi contatti telefonici, o meglio, a tutti quelli che avevano installato l'applicazione. Ma la cosa più fantastica - almeno per Stella - era poter usufruire di una centinaia di emoticon differenti, che coprivano la gran parte delle espressioni, della mimica e degli stati d'animo umani. Figo, no? Altro che Messenger o Twitter. Facebook ultimamente aveva copiato gli emoticon di WhatsApp. Che marpione quel Zuckerberg, pensò Stella sorridendo. Meglio messaggiare, certo, piuttosto che leggere di Maria De Filippi e delle vicende del circo di "Uomini e Donne". Stella riteneva quei programmi un'offesa all'intelligenza. 
Ore 15,30. La segretaria fa entrare la cinquantenne, che dovette chiudere la rivista a malincuore sul più bello, proprio su quel pezzo di letteratura riguardante l'ultimo flirt di George Clooney. Peccato!
- E, beh, signora mia, le tocca!!! Vada, vada!!! Tanto George, pure se fosse libero, non starebbe certo a pensare a lei! Si fidi- pensò Stella e sorrise di nuovo, da sola. Non le succedeva da un po', di sorridere. 
Tutta questa storia. Maledizione. Quando era iniziata se lo ricordava bene. Non sapeva, però, quando e se sarebbe finita. E questo la spaventava. Tanto. Troppo. 
Ore 16,00. La segretaria fece capolino e disse con voce squillante: 
- Sig.na De Carolis, può entrare. La dott.ssa la sta aspettando.
- Sì, arrivo. Grazie.
Stella afferrò la borsa, fece un respiro profondo ed entrò. Come se si stesse per buttare da un dirupo, giù in mare, come se fosse una scommessa buttarsi giù. E se ad attenderla, invece delle onde, ci fosse stato uno scoglio appuntito?

3^ puntata. In punta di lancette (di Valentina Buono)

Erano le 14,15. La dottoressa le aveva dato appuntamento per le 15,00. Doveva sbrigarsi, Stella. Non voleva sbrigarsi, Stella. No. Perché, perché andare da un medico? Lei odiava i medici e l'odore forte e aspro del disinfettante, il neon bianco di quegli studi, di quegli ambulatori, odiava aspettare insieme a gente che aspettava e che fingeva una quiete snervante fissando le pagine di una rivista qualsiasi: sì, Raul Bova si stava separando dalla moglie, Belen Rodriguez e Stefano Di Martino si godevano la loro felicità domestica e Rihanna sfoggiava un nuovo taglio di capelli. Tutto interessantissimo. Ma chi se ne fregava di Belen e Raul Bova, benché quest'ultimo non fosse niente male... Stella afferrò la maxi bag e le chiavi della sua Panda e scese di corsa per le scale. Aprì la portiera e notò che cigolava: avrebbe dovuto farla controllare dal meccanico. Avrebbe dovuto, sì. Mise in moto e partì, con un bel singhiozzare: eh, già! aveva dimenticato di togliere il freno a mano. Lei inseriva sempre il freno a mano. Così le avevano insegnato a fare quando aveva preso il foglio rosa e così continuava a fare. Non le piacevano i cambiamenti. Ecco il primo semaforo rosso: cominciava bene. Erano le 14,30. Lo studio della Pincherlo era dall'altra parte della città. A Stella non piaceva avviarsi con troppo anticipo. Le sembrava di sprecare tempo. Tuttavia era sempre con l'acqua alla gola e, in fondo, ci era abituata, le andava bene avvertire sempre una certa pressione, anche per le piccole cose: la faceva sentire viva. Verde. Prima, partenza, seconda ed un pedone ritardatario  si era buttato sulle strisce: frenata, partenza e di nuovo in seconda. Sarebbe arrivata in tempo. Aveva calcolato bene. Era tutto sotto controllo. Non sarebbe stato educato far ritardo. Non sarebbe stato rispettoso fare ritardo. Stella questo lo sapeva. Le era stato insegnato e, dunque, lo sapeva. Ma, allora, perché era di nuovo, per l'ennesima volta, in ritardo?