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giovedì 27 marzo 2014

15^ puntata - E adesso che si fa? (di Valentina Buono)

La sveglia, con i soliti grilli molesti. Puntuale come sempre. Il suono le sembrò insopportabile e la disattivò immediatamente, ma nella foga Stella la fece cadere. Un tonfo secco e pesante. Nella sua testa un rimbombo. Si sentiva stordita e indolenzita. Aveva freddo. Non ce la faceva neppure a pensare di alzarsi dal letto.
Decise che quella mattina non sarebbe andata in dipartimento. Non ne aveva voglia e la testa le danzava come in un vorticoso girotondo.
Si raggomitolò tra le coperte e le tornarono in mente Luca, le sue parole, il suo viso, i suoi occhi e le lacrime della sera prima.
Non voleva pensarci, per ora. Quella giornata la voleva tutta per lei. 
Raccolse tutta la forza di volontà che aveva e si alzò, piano, infilò le pantofole e la vestaglia, ma barcollò un attimo e si appoggiò alla parete di fronte al letto per non cadere. Si diresse verso il bagno. Non si specchiò. Preferiva evitarlo, per il momento. Fece la pipì, poi si sciacquò il viso ed allora fu costretta a guardarsi allo specchio... no, no, no! No. Non era giusto. Non poteva continuare così. Lei aveva tutto il diritto di vivere una vita piena. Luca con il suo cinismo e la sua instabilità non poteva rovinarle l'unica vita che le era stata destinata. Eh sì, perché se poi non fosse stata vera la storia delle reincarnazioni, avrebbe sprecato la sua unica esistenza a correre dietro ad uno stronzo. Doveva darsi una mossa. Il distacco doveva essere definitivo. Queste faccende bisognava affrontarle di petto, come quando si decide di andare dal dentista.  

Indossò il vestito rosso, mise le decollté e si spazzolò i capelli: era il giorno adatto per il parrucchiere. Mise del collirio decongestionante prima nell'occhio destro e poi in quello sinistro: dopo un pianto come quello della sera prima non poteva farne proprio a meno. E un po' di trucco. Bevve una tazza di the verde con due biscotti al burro e due al cioccolato: che bontà, che dolcezza... tutta quella che Luca non aveva voluto darle. 
Prese il cordless e chiamò il parrucchiere: ottenne un appuntamento per le 12,00 e gli disse che voleva fare taglio e colore. Sì, voleva provare un bel rosso scuro, perché no? Una botta di vita. Ci stava tutta. Poi per pranzo sarebbe uscita con Marzia e Giulia. Un bel giro di shopping. Lo stipendio era quasi finito, ma non le importava. Voleva svagarsi, ricaricarsi. 
E dopo cosa avrebbe fatto? Ce l'avrebbe fatta, lo sapeva. Voleva farcela. 

giovedì 27 febbraio 2014

14^ puntata. Quella sera (di Valentina Buono)

In casa c'era un odore strano e Stella corse subito verso la pattumiera dell'organico: aprendola, si levò una nube tossica. Le bucce di arancia e di mela, fermentando, avevano diffuso il puzzo in cucina e in sala. Richiuse il sacchetto e lo sfilò, per andarlo a relegare in un angolo del terrazzino, fino all'indomani. Non si era svestita. Si buttò sul divano. Si guardò allo specchio appeso sulla parete di fronte e non si riconobbe. Dove era finito l'entusiasmo di tre giorni prima, quando aveva scoperto di non avere un cancro all'intestino, ma solo la celiachia? Era felice di questo, intimamente, eppure la storia di Luca l'aveva svuotata. Ricominciò a piangere. Abbracciò il suo peluche e lo strinse forte, tra le lacrime sempre più copiose. Non cenò. Si preparò una tisana alle erbe di montagna. La bevve svogliatamente e si infilò il pigiama, quello di cotone con l'orso che stringeva tra le zampe un enorme cuore. Si mise a letto, sotto il suo morbido piumone azzurro. Bagnò il cuscino e si addormentò sfinita. 

mercoledì 19 febbraio 2014

13^ puntata. Il cavallo selvaggio (di Valentina Buono)

- Stella, io non ti devo niente. Non ti ho mai detto di volere una relazione stabile. Se l'hai creduto, mi hai frainteso. Io sono nato libero. Sono come un cavallo selvaggio - e sorrise.
Quel sorriso la indispettì, moltissimo, forse troppo. Fu la tipica goccia che fa traboccare il vaso: nel caso di Stella, però, non era un semplice vaso a traboccare, ma un fiume a tracimare. 
- Certo che sei davvero uno smidollato, una persona meschina, mi fai schifo. Un cavallo selvaggio, dici? Tu sei uno stronzo, ecco cosa sei. E io sono un'idiota, questo è certo. Non mi cercare più e vaffanculo, tu e la tua libertà. -
- Stella! Stella! Dai, non la prendere così! Vedrai che dopo una bella dormita, domani la penserai diversamente. Lo faccio anche per te. Non ti sei rotta di vedere sempre la mia faccia?- e sorrise di nuovo. Stella si sentì scoppiare la testa e, come se fosse una corrente elettrica ad attivarla, gli mollò uno schiaffo. Luca disse :- Ma che fai? Che cazzo fai???-
Stella uscì e sbatté la porta con foga. Sul marciapiede passava un vecchio, ricurvo, che sobbalzò e la guardò spaventato. Stella gli tagliò la strada e scappò via, verso la sua Panda. Aprì la portiera e, appena dentro, la richiuse con forza e scoppiò in lacrime. Pianse per un'ora, senza riuscire a fermarsi. Quella sera al Kopacabana era solo un ricordo e pensò che, forse, quella sera, avrebbe fatto meglio a non uscire. Ma Marzia aveva insistito così tanto che Stella non aveva saputo dirle di no. D'altronde, quando c'era da aiutare un'amica in faccende di cuore, Stella era sempre pronta. Ma ora chi avrebbe aiutato lei? 
Nello specchietto retrovisore vide due occhi gonfi ed un viso rosso e realizzò che erano i suoi. L'indomani chi sarebbe andato a lavoro al posto suo? Avrebbe avuto bisogno di una sosia. Difficile trovarla nell'arco di una notte. A quello sciocco pensiero le sue labbra si inarcarono leggermente. 
Girò la chiave e ingranò la prima. Aveva voglia di tornarsene a casa. 

12^ puntata. Il mare d'inverno (di Valentina Buono)

Ore 21,15. Aprendosi, la porta cigolò. Apparve Luca: - E tu, che ci fai ancora qua? Mi hai aspettato?- Stella sentì queste parole e contemporaneamente lo fissò negli occhi: quello che ci vide la ferì. Sembrava contrariato e fortemente seccato. Evidentemente la sua visita non era stata gradita. Evidentemente. Dove era finita la luce che gli brillava negli occhi quella sera al Kopacabana? Stella sentì la fronte corrugarsi: era una contrazione involontaria; la tempia sinistra le stava pulsando all'impazzata.
- Sì, ho deciso di aspettarti, visto che non mi hai cercata e mi eviti. Che cosa vuoi fare, Luca? Vuoi tenermi sulla corda in eterno? Pensi che io mi debba accontentare sempre degli avanzi del tuo tempo ed essere vittima dei tuoi continui sbalzi di umore? Questo vuoi, eh? Questoooo? - Stella sentì uscire la voce e non poté controllarla: aveva iniziato a parlare in tono fermo e deciso, pacato e risoluto, ma le ultime parole le erano sfuggite deformate, urlate, isteriche. No, non poteva sopportare quel distacco, quella freddezza: la facevano impazzire. Sentiva la vena pulsare sempre più forte. Per un attimo temette un'ischemia, benché non sapesse quali ne fossero i sintomi. Ma fu solo un attimo. Poi la mente tornò all'uomo che aveva di fronte, quello con gli occhi verdi come il mare, un mare che ora le appariva tutt'altro che carico di promesse: era il mare d'inverno. E non era un bel vedere. 

lunedì 17 febbraio 2014

11^ puntata. Galeotta fu una sera d'estate (di Valentina Buono)

Ore 20,30. Di Luca nemmeno l'ombra. Adriana era andata via da mezz'ora. Stella aveva notato che, uscendo, la bella biondona le aveva lanciato un'occhiata di scherno, salutandola con uno scialbo "Ariverderci, Sig. na Stella!".

Stella si sentiva stupida, ma in fondo non le importava, almeno non più:  ora voleva solo parlare con Luca. Solo parlare. Guardarlo negli occhi, in quegli occhi verdi che l'avevano catturata dalla prima volta che si erano incontrati. Era stato in una sera d'estate e c'era una brezza fresca, che le scompigliava le ordinate ciocche appuntate sulla sommità della testa con un fermaglio di osso. Quella sera Stella indossava una gonna lunga e ampia, modello "gitana". Se lo ricordava bene. Portava anche una maglia di pizzo beige, traforatissima, su cui - sotto il seno - passava un nastro marrone, di raso, che terminava in un fiocco e ricadeva morbido all'altezza dell'ombelico.
Luca se ne stava con un gruppo di ragazzi e ragazze, a sorseggiare un cocktail, in un bicchiere verde, trasparente, e portava una camicia bianca di lino, un po'sgualcita e aperta sul petto: era bello, sfrontatamente bello e aveva gli occhi lucenti. O forse a Stella erano sembrati tali. Lui, voltandosi distrattamente, l'aveva vista e i loro sguardi si erano scontrati. Stella era rimasta folgorata da quei due occhi verdi e da quel sorriso bianchissimo. Più candido della camicia. Era fine giugno, ma quel ragazzo era già abbronzato. Stella continuò a guardarlo, ma poi distolse lo sguardo, in preda ad una sorta di pudore adolescenziale. Si sentiva stupida, inadeguata e per di più si accorse di avere le guance in fiamme. Si allontanò un attimo e chiese alla cameriera del Kopacabana di indicarle la toilette.
Si guardò allo specchio: aveva gli occhi lucidi, le guance rosse e i capelli scompigliati. Stette qualche minuto a fissarsi. Fece scorrere l'acqua sui polpastrelli, sui polsi, si asciugò, si ravviò i capelli e si passò un velo di lucido. Era color ciliegia: le faceva risaltare le labbra.
Uscì dalla toilette. Cercò Marzia, che era rimasta fuori dal locale, con Filippo e Marcella. A Marzia Filippo piaceva molto, ma non era ricambiata. Ora Stella doveva parlarle, doveva dirle di quanto quei due occhi verdi l'avessero sconvolta.

lunedì 3 febbraio 2014

10^ puntata. Caparbiamente seduta (di Valentina Buono)

Restò seduta su una di quelle sedie rivestite di tessuto, che spesso si trovano nelle anticamere dei medici, dei dentisti, degli avvocati e di tutti quei professionisti che prima di ricevere un cliente lo fanno aspettare per ore. Non aveva intenzione di andarsene presto, Stella. Sfilò dalla borsetta il cellulare ed iniziò a picchiettare sullo schermo a sfioramento in modo non propriamente delicato. Stava scrivendo a Luca: - Sono qui fuori, seduta. Non mi avevi detto che Adriana era una sventola bionda... e svenevole... -
Inviò queste due righe. Si sentiva pervasa da una strana corrente. Voleva restare là, se necessario anche fino a tarda sera. Lo avrebbe aspettato fino a qualsiasi ora. Non poteva più rinviare. In fondo sapeva che forse quello sarebbe stato l'ultimo incontro con Luca, ma preferiva non prolungare l'agonia. Era venerdì sera. Da lunedì Luca non si era fatto mai sentire e non aveva mai risposto ai suoi messaggi. Stella aveva pensato di passare da casa sua, ma le seccava dover essere filtrata da Massimo o da Mario, con i quali Luca divideva la casa. Da buon genovese, benché guadagnasse bene presso quello studio associato di geometri e portasse avanti anche dei lavori in autonomia, non si era voluto permettere un monolocale: diceva che sarebbe costato troppo e che a lui andava bene condividere un appartamento. Stella questa cosa non l'aveva mai capita e nemmeno accettata, ma aveva preferito non farglielo pesare. Sperava che un giorno le si presentasse con una proposta di convivenza. D'altronde, si frequentavano da due anni. Si frequentavano significava che andavano a letto insieme saltuariamente da due anni e che altrettanto saltuariamente da due anni andavano insieme a mangiare una pizza o al cinema. Luca non aveva mai voluto di più e lei mai l'aveva preteso. Di che cosa poteva rimproverarlo? E lei? Lei aveva le sue colpe. Non si era mai ribellata. Non si era mai imposta. 
E ora? Ora gli avrebbe detto tutto, in un solo colpo, tutto d'un fiato, fosse pure cascato il mondo.

giovedì 30 gennaio 2014

9^ puntata. Su e giù per la stanza (di Valentina Buono)

Stella doveva dirglielo. Sembrava una tigre in gabbia. Passeggiava per la stanza con passi veloci, lunghi e con le mani appoggiate sui fianchi. Il pensiero di dovergli parlare era ormai un'ossessione e la notte precedente non era riuscita a chiudere occhio. Era rimasta a girarsi e rigirarsi nel letto, finché aveva acceso la lampada ampollare appoggiata sul suo comodino e si era messa a fissare il soffitto; poi era andata a bere, a fare la pipì e si era rimessa a letto; aveva cercato di distrarsi con pensieri frivoli (come il suo guardaroba, che di solito funzionava meglio delle pecore), ma niente: Morfeo aveva deciso di scioperare per quella notte. 
Prese le chiavi della Panda e scese le scale a due a due. Corse per la strada e passò sempre con il giallo. Arrivò nelle vicinanze dell'ufficio di Luca: alle 19, 30 sarebbe dovuto uscirne. Stella pensò che non voleva più aspettare.
Frenò e parcheggiò lungo il marciapiede di fronte all'ingresso dell' ufficio. La segretaria la annunciò. Luca non le aveva detto che Adriana fosse così carina, così sofisticata e così... bionda! Che poi, si era capito se gli uomini preferiscono le bionde? Stella sperava di no, poiché non sarebbe stata disposta a barattare il suo castano caldo e morbido con una capigliatura platinatata.

Luca le fece dire che era impegnato. Null'altro.

venerdì 13 dicembre 2013

8^ puntata. Gym Time (di Valentina Buono)

Negli spogliatoi della palestra c’era un odore di scarpe ed umidità,  ma, di tanto in tanto, arrivavano folate di profumo, quando qualche signora si spalmava una crema miracolosa e tuttofare oppure usciva dalla doccia con addosso ancora la fragranza del bagnoschiuma.
Una moltitudine di décolleté con il tacco, stivali, parigine e ballerine- prevalentemente nei colori nero e marrone- giaceva ai piedi delle panche abbandonata: le scarpe “cittadine”erano state temporaneamente spodestate da scarpe ginniche dei più svariati tipi.  Alcune di esse non sembravano sentir troppo la mancanza delle loro proprietarie: d’altronde queste le trascuravano, lasciandole senza un velo di lucido o un colpo di spugna. - Che vita dura! Anche per le scarpe! – pensò Stella e mentre queste parole le attraversavano la mente velocemente, si sfilava i vestiti per indossare la tuta: la felpa con la mezza zip era bianca e nera, mentre il pantalone era nero e le fasciava fianchi e cosce. A Stella non era mai piaciuto indossare un abbigliamento ginnico eccessivamente attillato, poiché la infastidivano gli sguardi indiscreti di alcuni uomini, e non portava mai i capelli raccolti a coda: li fermava sulle tempie per evitare che le ciocche anteriori le ricadessero sugli occhi durante l’allenamento.
Dopo aver fatto il doppio nodo alle sue Nike, uscì dallo spogliatoio e varcò la soglia della sala attrezzi. Iniziò l’allenamento con trenta minuti di camminata veloce sul tapis roulant: il suo attrezzo preferito. Poi passò all’allenamento delle cosce e a quello dei polpacci; infine dorso e bicipiti, con i pesi da 2 Kg. A Stella piaceva molto – era una forma di narcisistico compiacimento – avere delle braccia magre e sode. Le curava molto. Inoltre, spesso, si trovava costretta a sollevare e a portare pesi e, per non forzare la schiena, le conveniva allenare braccia e addome.

Alla fine dell’allenamento, quel giorno, Stella si sentiva particolarmente stanca. Sarebbe tornata a casa, avrebbe fatto una doccia e sarebbe cascata sul letto, senza neppure cenare. Quella sera aveva voglia di abbracciare il cuscino e sprofondare sotto il piumone celeste, morbido, avvolgente. Non vedeva l’ora…

martedì 3 dicembre 2013

7^ puntata. Bacheche e sneakers (di Valentina Buono)

Occhi furbi e profondi, folti capelli castani lunghi nella parte superiore e sfumati corti verso la nuca, il tutto confezionato in un paio di vecchi jeans,  un bomber marrone ed un paio di sneakers di camoscio, che un tempo eran dovute essere marroni anch'esse, ma che ora avevano assunto un colore indefinito, oltre ad esser consumate in punta. Se ne stava di fronte alla bacheca del dipartimento, con in mano un'agenda, aperta; girava le pagine e, consultando gli avvisi affissi in bacheca, prendeva appunti. 
Stella, come ogni mattina, stava arrivando di corsa, per iniziare le sue ricerche filologico-linguistiche. Più si avvicinava al dipartimento e più frequenti divenivano gli incontri con colleghi, conoscenti e docenti: era tutto un salutare. Raggiunse velocemente l'anticamera del dipartimento, laddove sono collocate le bacheche delle varie discipline. Vide questo ragazzo. Per essere uno studente, le sembrò un po' avanti negli anni e, tra le altre cose, Stella non lo aveva mai visto da quelle parti. Mah! Forse era un fuoricorso, uno di quelli che spuntano una volta all'anno, in occasione di qualche appello d'esame. Stella si chiese quali esami ci fossero quel giorno. Non ne sapeva nulla. Forse si trattava di qualche appello straordinario di Epigrafia: la prof.ssa Doriani era solita fissare per gli esami date ulteriori rispetto a quelle normalmente previste. La sua era un po' pietà, un po' opportunismo: eh sì, perché fa comodo essere considerati docenti clementi e comprensivi e, una volta sparsasi la voce, il proprio corso diviene richiestissimo ed affollatissimo. Più studenti significano automaticamente maggior potere. Stella queste cose le aveva capite da sola, senza che nessuno gliele avesse spiegate. Tra l'altro, nel caso non le fossero state note, non avrebbe trovato nessuno disposto a spiegargliele. Di questo ne era certa. In università vigevano le regole del silenzio omertoso e dell'homo homini lupus. Stella lo sapeva e si adeguava all'ambiente. Faceva le sue ricerche, studiava, consultava saggi monografici, enciclopedie, dizionari etimologici, raccolte epigrafiche e papirologhe, manoscritti antichi e preziose edizioni a stampa. In alcuni giorni le ore trascorse in dipartimento volavano e Stella, presa dalle sue indagini letterarie, sobbalzava letteralmente al trillo della sirena che precedeva di dieci minuti la chiusura della biblioteca. Altre volte, invece, non le andava di restare fino alle 19, 30 rinchiusa tra le quattro mura della biblioteca e preferiva uscire verso le 17, 30: faceva un salto nelle vie del centro e poi correva per un'oretta risicata in palestra, ma solo due volte ala settimana e neanche tutte le settimane. Stella non era propriamente una sportiva. Diciamo che si obbligava a frequentare saltuariamente la palestra, poiché l'idea che i suoi muscoletti potessero prosciugarsi e la cellulite prendere il sopravvento non le piaceva. D'altronde all'epoca Stella aveva solo 25 anni. Troppo giovane per lasciare le sue ciccette (grasse o magre che fossero) in balìa della forza di gravità, non credete?

domenica 1 dicembre 2013

6^puntata. Centocinquanta: cifra tonda (di Valentina Buono)



A grandi passi Stella uscì dallo studio della Pincherlo. Si sentiva su una nuvola. Non sapeva come fosse stare su una nuvola in realtà, ma immaginava che la sensazione dovesse essere simile a quella che stava provando allora. Le gambe andavano per inerzia, sentiva le sue labbra piegate in un sorriso, ampio e inaspettato. Il cuore andava a mille. Raggiunse la sua Pandina e si immise nel traffico dell'ora di punta del rientro pomeridiano. Non le andava, però, di tornare a casa. Voleva andare al Centroshopping. Sì, per festeggiare, da sola, quel pomeriggio di vita. Quella vita che prometteva di non abbandonarla, almeno per ora, poi, chissà! siamo sotto il cielo. Al Centroshopping c'era il suo negozio di abbigliamento preferito. Avrebbe provato tutto quello che le piaceva e si sarebbe data a spese pazze. Sì, sì. Wow!!!


- Mamma che bello quel maglione di lana grossa mélange color senape: sarà mio! Non è che mi ingrossa? Mmmm. Naaaa, ma che ingrossa, chi se ne frega, dai! Lo provo - Stella lo infilò rapidamente, con foga, e si guardò allo specchio. Era bella. Sì, doveva ammetterlo: il maglione le stava bene, ma ancor di più le donavano il sorriso e quella luce negli occhi. Era decisamente bella. Merito del maglione e della celiachia!
- Questa gonna scozzese rossa è fantastica! Ha le pieghe però... mi ingrossa, cavolo, mi ingrossa! Vabbé, vorrà dire che mangerò meno cioccolato. La voglio, la voglio, la voglio, cavolo!!!- nel camerino la infilò, senza nemmeno togliersi le scarpe e il jeans, che rimase sotto il ginocchio a penzolare - Bella, bella, bellissimaaaa! La voglio! Settanta euro. Il maglione invece, quanto sta? Vediamo. Cinquanta euro. Bene. Sono già centoventi. Stella, vacci piano - ma vide una sciarpa rossa, di lana mohair, morbidosa e lucente - E dai, però, questa non posso non prenderla! Mi sta troppo bene questo colore e, poi, è così soffice...vediamo: venti euro. Facciamo cifra tonda: centocinquanta e a casa di corsa!- Ecco l'angolo dei cappellini. D'inverno Stella non vi rinunciava per nulla al mondo: aveva 5-6 cappellini, di colori diversi e ogni anno ne comprava uno diverso. Lo vide rosso, di una tonalità molto simile alla sciarpa superfantastica, con un bon-bon nero alla sommità. 
-Bellino, bellino è quel cappello!- lo indossò e si specchiò: le faceva risaltare le labbra. - Bene. Quota centocinquanta raggiunta!- 
Stella si avvicinò alla cassa. Prima di lei c'era una ragazzina sui quattordici anni. Capelli liscissimi con shatush biondo alle punte. Masticava una gomma, distrattamente. Il jeggins (si dice così, no?) le fasciava le gambine da fenicottero e le maniche di un maglione slabbrato fuoriuscivano da quelle del piumino parka verde militare. La ragazza pagò e sulla mano destra aveva il tatuaggio di un Cupido.
Stella si ricordò delle lezioni universitarie su Cupido e gli Amorini. Che teneri, dolci bambini alati. Peccato che l'avessero fatta innamorare sempre di quello sbagliato.    

venerdì 29 novembre 2013

5^ puntata. Un nuovo inizio (di Valentina Buono)


- Salve sig.na De Carolis. L'ho fatta venire perché volevo parlarle di persona del risultato delle sue analisi. Innanzi tutto ho escluso qualsiasi forma maligna a livello dell'apparato digerente e, fortunatamente, nel suo caso non si tratta nemmeno del morbo di Chron. Questa è un'ottima cosa. 
-Davvero, dott.ssa? Dice davvero? Lei non sa quanto sia felice di questa notizia! Dottoressa, lei davvero non può immaginarlo- gli occhi di Stella si riempirono di lacrime e le si annebbiò la vista, ma il suo viso era radioso come non lo era mai stato prima. 
- Sì, ma non è tutto. Una patologia è emersa ed è la celiachia. Nulla di irreparabile o letale. Lei, Stella, dovrà seguire una dieta ben precisa e senza trasgressioni. La dieta prevede l'esclusione del glutine, quindi, di tutti quegli alimenti che lo contengono. Se non rispetterà le mie indicazioni, andrà incontro alla possibilità concreta di contrarre un cancro intestinale oppure di diventare sterile. 
- Dottoressa, guardi, le assicuro che non ho alcuna intenzione di morire: ho ancora così tante cose da fare... e  mi piacerebbe avere almeno due figli... e poi, dottoressa, in quest'ultimo mese ho vissuto in una angoscia tale, che da oggi mi sento rinata: mi sembra che la vita voglia offrirmi una seconda possibilità... 
- Bene sig.na, sono felice per lei e le auguro di realizzare tutto ciò che desidera. Parliamo, però, della dieta. Lei deve escludere il pane, la pasta, tutti i prodotti da forno, i farinacei, i cereali. Tanto per cominciare. Potrà mangiare solo la pasta ed il pane specifici per i celiaci. Sarà dura. Ma lei deve esserlo di più. Le ho spiegato quali sarebbero a lungo termine le conseguenze di eventuali trasgressioni, per non parlare delle coliche e dei dolori lancinanti all'addome, che ha già avuto modo di sperimentare. Sarà, però, una dieta che apporterà al suo organismo tutti i nutrienti necessari. Lei deve riprendere peso: la celiachia non ha permesso al suo intestino di assorbire le sostanze nutritive come avrebbe dovuto. 
- Sì, dottoressa, è vero. Da giugno sono dimagrita di 7 Kg. I vestiti mi stanno larghissimi: non sembrano i miei. 
- Stia tranquilla: la rimetterò in sesto. Ci vuole solo pazienza. E tanta, tanta perseveranza. Ma lei mi sembra una che sa il fatto suo. 
La dottoressa Pincherlo era una donna concreta. Si capiva subito. Portava i capelli corti, dietro le orecchie. Era un taglio svelto, veloce da asciugare. La dottoressa non si truccava. L'unico vezzo che si concedeva era un velo di mascara sulle ciglia. Aveva gli occhi castani, grandi. Il viso acqua e sapone era segnato sulla fronte e agli angoli della bocca. Non sembrava una, la Pincherlo, che la sera passava mezz'ora in bagno a farsi la maschera e a spalmarsi la crema antirughe. No. Non sembrava proprio quel genere di donna. Sotto il camice bianco e ben stirato, si intravedeva un pullover con scollo a V, marrone, da cui spuntava il colletto compito di una polo bianca; portava un paio di jeans slavati e dei polacchini Clarks marroni. Una donna concreta. Stella si fidava di lei. La concretezza delle sue parole le piaceva e le piaceva la sincerità del suo sguardo. Stella si fidava della Pincherlo e del suo pullover marrone. Le ricordava quello di sua madre.

giovedì 28 novembre 2013

4^ puntata. Sia lodato WhatsApp (di Valentina Buono)

Ore 15,10. Il danno era minimo: solo dieci minuti di ritardo. Stella aveva fatto le scale a due a due ed era entrata nella sala di attesa dello studio medico con il fiatone. Se non avesse dovuto fare tre volte il giro dell'isolato prima di trovare uno straccio di parcheggio, forse sarebbe arrivata in orario. Non era colpa sua, si ripeteva. La sfortuna, sempre lei, ci metteva lo zampino e le faceva fare tardi. Sì,  era così. Lei, in fondo, si era avviata per tempo, no? 
Una signora sui cinquanta, sentendola entrare, aveva sollevato gli occhietti grigi da una rivista e li aveva riabbassati subito, senza che Stella riuscisse ad accennare un saluto.
- Buonasera. Sta aspettando la dott.ssa Pincherlo oppure il dott. Pizzoli?- disse Stella, facendo la faccia tosta.
- La dott.ssa Pincherlo, ma è in ritardo - rispose la donna dagli occhietti grigi e sfuggenti. Stella realizzò, dunque, che il suo ritardo non aveva causato conseguenze irreparabili e la sua immagine di donna educata era salva. Si sedette. Tirò fuori dalla maxi-bag il cellulare, un Samsung S3, uno di quegli apparecchi che può fare pure il caffè, se sei capace di usarlo. Toccò lo schermo in corrispondenza dell'icona di WhatsApp e iniziò a chattare con Gianna. Questa applicazione di messaggeria era una bomba, una cosa troppo figa! Eh, sì, perché in tempo reale Stella riusciva ad inviare messaggi a tutti i suoi contatti telefonici, o meglio, a tutti quelli che avevano installato l'applicazione. Ma la cosa più fantastica - almeno per Stella - era poter usufruire di una centinaia di emoticon differenti, che coprivano la gran parte delle espressioni, della mimica e degli stati d'animo umani. Figo, no? Altro che Messenger o Twitter. Facebook ultimamente aveva copiato gli emoticon di WhatsApp. Che marpione quel Zuckerberg, pensò Stella sorridendo. Meglio messaggiare, certo, piuttosto che leggere di Maria De Filippi e delle vicende del circo di "Uomini e Donne". Stella riteneva quei programmi un'offesa all'intelligenza. 
Ore 15,30. La segretaria fa entrare la cinquantenne, che dovette chiudere la rivista a malincuore sul più bello, proprio su quel pezzo di letteratura riguardante l'ultimo flirt di George Clooney. Peccato!
- E, beh, signora mia, le tocca!!! Vada, vada!!! Tanto George, pure se fosse libero, non starebbe certo a pensare a lei! Si fidi- pensò Stella e sorrise di nuovo, da sola. Non le succedeva da un po', di sorridere. 
Tutta questa storia. Maledizione. Quando era iniziata se lo ricordava bene. Non sapeva, però, quando e se sarebbe finita. E questo la spaventava. Tanto. Troppo. 
Ore 16,00. La segretaria fece capolino e disse con voce squillante: 
- Sig.na De Carolis, può entrare. La dott.ssa la sta aspettando.
- Sì, arrivo. Grazie.
Stella afferrò la borsa, fece un respiro profondo ed entrò. Come se si stesse per buttare da un dirupo, giù in mare, come se fosse una scommessa buttarsi giù. E se ad attenderla, invece delle onde, ci fosse stato uno scoglio appuntito?

3^ puntata. In punta di lancette (di Valentina Buono)

Erano le 14,15. La dottoressa le aveva dato appuntamento per le 15,00. Doveva sbrigarsi, Stella. Non voleva sbrigarsi, Stella. No. Perché, perché andare da un medico? Lei odiava i medici e l'odore forte e aspro del disinfettante, il neon bianco di quegli studi, di quegli ambulatori, odiava aspettare insieme a gente che aspettava e che fingeva una quiete snervante fissando le pagine di una rivista qualsiasi: sì, Raul Bova si stava separando dalla moglie, Belen Rodriguez e Stefano Di Martino si godevano la loro felicità domestica e Rihanna sfoggiava un nuovo taglio di capelli. Tutto interessantissimo. Ma chi se ne fregava di Belen e Raul Bova, benché quest'ultimo non fosse niente male... Stella afferrò la maxi bag e le chiavi della sua Panda e scese di corsa per le scale. Aprì la portiera e notò che cigolava: avrebbe dovuto farla controllare dal meccanico. Avrebbe dovuto, sì. Mise in moto e partì, con un bel singhiozzare: eh, già! aveva dimenticato di togliere il freno a mano. Lei inseriva sempre il freno a mano. Così le avevano insegnato a fare quando aveva preso il foglio rosa e così continuava a fare. Non le piacevano i cambiamenti. Ecco il primo semaforo rosso: cominciava bene. Erano le 14,30. Lo studio della Pincherlo era dall'altra parte della città. A Stella non piaceva avviarsi con troppo anticipo. Le sembrava di sprecare tempo. Tuttavia era sempre con l'acqua alla gola e, in fondo, ci era abituata, le andava bene avvertire sempre una certa pressione, anche per le piccole cose: la faceva sentire viva. Verde. Prima, partenza, seconda ed un pedone ritardatario  si era buttato sulle strisce: frenata, partenza e di nuovo in seconda. Sarebbe arrivata in tempo. Aveva calcolato bene. Era tutto sotto controllo. Non sarebbe stato educato far ritardo. Non sarebbe stato rispettoso fare ritardo. Stella questo lo sapeva. Le era stato insegnato e, dunque, lo sapeva. Ma, allora, perché era di nuovo, per l'ennesima volta, in ritardo? 

2^ puntata. Doccia calda e margherite (di Valentina Buono)

A Stella era sempre piaciuto restare a lungo sotto il getto caldo e rassicurante della doccia: il vapore, i vetri appannati e il massaggio dell'acqua la rilassavano, creando una specie di schermo protettivo contro il mondo esterno. Quel giorno avrebbe voluto restare per sempre lì, sotto il getto di acqua scrosciante, incessante. Incessanti erano anche i suoi pensieri. Le affollavano la mente e le era impossibile lasciarli andare. Di solito, sotto la doccia Stella pensava, elaborava e, non di rado, le venivano delle belle idee. Allora no, nessun'idea brillante, solo un pensiero opprimente, unico, martellante; i muscoli dell'addome erano tesi e sentiva una pressione insolita all'altezza dello sterno. Decise. Chiuse il miscelatore dell'acqua. Aprì il pannello di vetro smerigliato ed afferrò con foga l'accappatoio giallo. Sì, giallo, perché il giallo le era sempre piaciuto: le ricordava il sole e il colore di quelle margherite esili e graziose che ricoprono i prati d'estate e che, seppur delicate, sono forti e resistenti: stanno là e crescono verso il sole, felici di potere osservare il cielo intenso dell'estate, in cui le nuvole sono solo un ricordo. Come sarebbe piaciuto a Stella, quel pomeriggio, fare una corsa in un prato di margherite gialle... e invece no. Era novembre e le margherite a novembre non ci sono e i prati, a novembre, sono coperti di fredda brina. E no, nemmeno il cielo è di quell'azzurro intenso ed inconfondibile. No, proprio no. Di novembre il cielo è grigio e spesso piove. Si sarebbe dovuta aspettare la prossima estate. E Stella pensava che non avrebbe fatto in tempo.

mercoledì 27 novembre 2013

Racconto a puntate. Una stella tra tante. 1^ puntata. Un mattino di novembre (di Valentina Buono)

Guardava dalla finestra. Il cielo grigio era delineato in basso dai profili frastagliati delle case, delle colline lontane e immobili. Fumo, nebbia. Una giornata di novembre, chissà… chissà cosa sarebbe successo. Attendeva, attendeva ancora, da molto, troppo tempo.  
Ed ecco il trillo del telefono. Penetrante, acuto. Si girò, di scatto, percorsa da una specie di corrente elettrica, convulsa. Con un balzo raggiunse il telefono e aprì la comunicazione:
-Pronto?
- La sig.na Stella De Carolis?
- Sì, sono io, con chi parlo? – la voce le uscì stridula, dura.

- Sono la dottoressa Pincherlo. Signorina, dovrebbe venire oggi, alle 15,00, nel mio studio. C’è una cosa che devo dirle, ma, no, non per telefono – queste parole risuonarono come un colpo d’ascia, in quel mattino anonimo e informe, in cui la nebbia non voleva proprio lasciare il posto al sole. Non ancora.